Una riflessione sui testi

Ecco un elenco delle letture cha abbiamo scelto (nelle note troverete un rimando al testo completo):

  • Prima lettura: Genesi 2,16-24 1
  • Salmo: 84 (85) 2
  • Seconda lettura: 1 Corinzi 12,31b-14,1a 3
  • Vangelo: Marco 10, 1-12 4

Vorremmo innanzitutto precisare che qui non si intende svolgere un commento di questi testi, bensì condividere una riflessione che è emersa proprio in vista del nostro progetto di matrimonio: è la riflessione stessa che ha scelto e inglobato quegli scritti in cui ha visto un suo riflesso. Pertanto questi non verranno affrontati con l’obbiettivo di un’esegesi esaustiva (di cui non saremmo certo in grado) ma ne saranno colti solamente gli aspetti più utili per il percorso che qui proponiamo, con la speranza ch’esso possa stimolare nuovi spunti e critiche.

Una domanda

Esponiamo ora subito una domanda, quella che sta al centro e ritornerà lungo tutta la riflessione, la quale si è concretizzata in questa forma proprio stimolata dal fatto che abbiamo deciso di sposarci secondo il rito religioso: c’è qualcosa che possiamo definire vero? Intendiamo qui parlare soprattutto di quelle concrete convinzioni che sperimentiamo regolarmente, di cui siamo certi e sicuri, che diamo per scontato e che sfruttiamo, più o meno consapevolmente, come punto di partenza per i nostri ragionamenti e le nostre scelte di ogni giorno: esistono verità nel quotidiano?

Purtroppo, ogni volta che si spera di poter parlare di qualcosa che riguarda davvero tutti – ci capiterà pure di pensare ogni tanto che qualcosa sia vero -, sembra invece di allontanarsi inevitabilmente da quella realtà viva che in fondo ci interessa. E in effetti è davvero evidente che si può vivere benissimo senza mai porsi questioni del genere, le quali invece diventano necessarie nell’atto di comporre un testo come questo. Perché dunque scriverlo e annoiare così tanto un povero lettore, ammesso che ce ne sia qualcuno? Beh, diciamo per il momento che lo troviamo molto bello e divertente.

L’idolatria e il testo

Negli scritti dell’Antico Testamento in cui ci stiamo addentrando in questi mesi, quelli da cui possiamo anche ricostruire una bozza della storia del popolo d’Israele almeno per quanto riguarda il primo millennio a. C., e che sappiamo quindi collocare con relativa certezza attorno al VI secolo, durante l’esilio a Babilonia, la domanda diventa scottante. Si potrebbe quasi affermare che non si parla d’altro. Come spiega Moni Ovadia,5 l’essenza primaria del giudaismo è l’anti-idolatria. È una costante quasi ossessiva della bibbia ebraica: non bisogna cedere alla tentazione di adorare dèi stranieri, né tantomeno altre divinità appartenenti ai culti antichi all’interno della stessa cultura semitica; si devono abbandonare le pratiche dei sacrifici (umani),6 e seguire le leggi del vero Dio, quello di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non a caso, è la prima parola del decalogo udito da Israele nel deserto del Sinai.7 Invece, ogni volta che il popolo o qualche personaggio importante trasgredisce questa disposizione fondamentale,8 ecco che comincia un susseguirsi di catastrofi senza fine. Non solo: la tragedia è ancora più grave quando lo stesso Dio d’Israele viene ridotto a un «grande idolone»,9 e si crede di poterne disporre a piacimento e strumentalizzarlo per i propri scopi; qui ne escono davvero ogni volta con le ossa rotte.10 A prima vista, l’operazione che quegli scribi e intellettuali in esilio hanno compiuto è evidente: il popolo era in grave difficoltà e, senza più né un tempio né una terra di appartenenza,11 aveva bisogno di conservare la propria identità e rimanere unito sotto un’unica alleanza, da qui è nata l’esigenza di una testimonianza scritta, di un libro sacro; bisogna d’altronde notare come anche fermandoci qui sia stata un gesto dalle conseguenze straordinarie: quale altro popolo ha continuato a considerarsi tale nella storia umana nonostante una realtà di diaspora millenaria? 

Ma forse si può contemplare qualcosa di più in tutto questo, e indagare più da vicino il tema espresso in quei testi, la verità che si oppone all’idolatria e alla superstizione, ossia questa particolarità del Dio Uno che proprio gli ebrei hanno inaugurato, e in che senso sia da ritenersi che quando si parla della Verità nell’Antico così come poi nel Nuovo Testamento, si stia in realtà ponendo la nostra domanda sulle verità nel quotidiano: quello che hanno intravisto e hanno voluto tramandare quei grandi mistici vissuti due millenni e mezzo fa e che ancora fa riflettere i pensatori contemporanei. Ora, soprattutto per un uomo dei nostri giorni, com’è possibile non chiedersi come può convivere, in un pensiero religioso, il rifiuto totale di ogni idolo? Come si può essere davvero e onestamente saldi nella fiducia che il Dio da noi adorato sia l’unico, la Verità, non spiegata e dimostrata, ma rivelata e tramandata, senza che esso si trasformi a sua volta in un idolo, un’immagine divina delle nostre esigenze? In altri termini, secondo gli autori dei testi vetero-testamentari, dove finisce la superstizione e dove comincia la fede

Sono innanzitutto da escludere tutte le risposte che pretendono di ridurre il dibattito a una supposta superiore bontà del Dio d’Israele rispetto ai colleghi adorati dai popoli stranieri: l’Uno è realmente Dio perché è il solo che vuole il bene di tutti, mentre gli dei pagani erano brutali e feroci. A contraddire questa tesi sono le stragi di intere città ordinate da Dio, le quali fioccano nel libro di Giosuè, così come in tanti altri12 e, seppur sporadicamente anticipata in alcuni passi essenziali,13 non è ancora giunta la rivelazione della non-violenza ribadita con costanza e puntualità da Gesù nei Vangeli. Il linguaggio con cui Dio parla per mezzo degli antichi profeti è invece spesso capace di una violenza tale nei confronti dei loro nemici da urtare non poco la nostra moderna sensibilità, e non per questo va ignorata o intesa solo in sensi allegorici. 

Padre Giuseppe Barzaghi, teologo contemporaneo, ripercorrendo la tradizione tomistica, intende14 la teologia come una scienza filosofica costruita sulle verità disvelate nei testi sacri del cristianesimo. Essa non indaga il loro fondamento, sono infatti da accettare o rifiutare senza mezzi termini (o hai fede o non ce l’hai: prendere o lasciare), e le assume come certezze sulle quali imbastire un ragionamento logico successivo, che si propone di chiarire la realtà in cui viviamo proprio alla luce di tali verità. Come può d’altronde un ragionamento onesto non porsi il dubbio sul suo proprio fondamento? Cosa vuol dire allora credere? Semplicemente esser sicuri di essere noi quelli dalla parte giusta? Ancora una volta: come distinguerci dagli idolatri ai quali ci è stato insegnato con così tanta insistenza di non mescolarci? L’aspetto straordinario sta proprio nel fatto che spesso e volentieri sono le scritture stesse a porci questi interrogativi. Come già accennato, è quando Dio viene ridotto a idolo, a puro concetto al quale obbedire ciecamente, che il popolo subisce le più sonore sconfitte. Spesso infatti, il pericolo è quello di assumere certe verità di fede e osservarle senza più interrogarsi sul loro significato, tramandarle senza attualizzarle, illudersi di poter attingere a una certezza originale o alla sua più corretta interpretazione, affidarsi a lei con la sicurezza di essere nel giusto rispetto a tutti gli altri. Sono i dogmi e i fondamentalismi (ed è un pericolo che riguarda proprio chiunque e in ogni ambito, non solo quello religioso), i quali si incarnano proprio, con maggiori o minori conseguenze, nelle nostre convinzioni, in ciò che riteniamo proprio vero nel quotidiano, qualunque sia il grado di raffinatezza del ragionamento che le ha generate. Volendo indagare su qualsivoglia tesi per indagarne la veridicità, si dovrà in effetti procedere a ritroso fino a dover stabilire un fondamento nel ragionamento che l’ha prodotta, in altre parole un dio immobile, indiscutibile e incompreso: un idolo.

Attenzione. Non si propone qui di accertare che dunque non esiste nessuna verità, e che sarebbe opportuno abbracciare la non-ragione diventando scettici, pragmatici o empiristi. Ne tantomeno bisogna smettere di porsi la domanda, smettere di indagare, ridurci a un silenzio sterile. Ed eccoci quindi nuovamente da capo.

Vedere il movimento

La sfida è più faticosa: si tratta di intuire la presenza di una verità che non possiamo né afferrare né esprimere, ma che tuttavia ci attira. Ne scorgiamo i segni e ne udiamo la voce. Mentre soprattutto a partire da Aristotele (IV sec. a.C.)15 molti filosofi e scienziati hanno tentato di inquadrare i componenti di ciò che è reale de-finendoli ed esaurendoli in schemi di sapere immobili e ordinati (o quanto meno è forte la tentazione di leggerli in questo modo) i loro colleghi più antichi, dalla Grecia all’estremo Oriente ci hanno sempre messo in guardia da una tale presunzione, mostrandoci invece una verità perennemente in movimento; anzi, come ripete spesso Enzo Bianchi,16 una «verità che sempre ci precede», e che in tal modo ci apre una via. Ci stimolano a rinnovare sempre le domande e a non pretendere mai risposte, poiché, come sostiene una massima cabalistica, «le domande che contano non hanno risposta, le altre non meritano risposta».17 E chiunque di noi pensi di esser giunto alla fine di un cammino, di aver effettivamente afferrato qualcosa di vero, sappia di essere invece appieno nell’errore. Scrive san Paolo: «se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere».18 Allo stesso modo, i mistici buddhisti giapponesi, proprio per non cedere alla tentazione delle certezze, tramandano il famoso monito zen: «Se incontri il Buddha, uccidilo».19

Alcuni spunti sul nostro passo del Vangelo: Marco 10, 1-1220

Non a caso abbiamo scelto delle letture, sia dal nuovo che dall’antico testamento, in cui questo insegnamento viene ribadito: all’inizio del decimo capitolo del vangelo di Marco, ad esempio, Gesù viene interrogato sulla legittimità del divorzio. Si tratta di un tema certamente sempre attuale, oggi come duemila anni fa, a giudicare dalla centralità di questo passo in ben due vangeli sinottici.21 Mentre egli dialogava tra la folla e insegnava a chi lo ascoltava, «alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandarono se è lecito per un marito ripudiare – sarebbe forse meglio tradurre “sciogliere il legame con” – la propria moglie»,22 citando a loro sostegno il fatto che Mosè lo aveva permesso.23 La risposta di Gesù è piuttosto severa: «per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma». Ecco lo scandalo: Gesù contesta una legge dettata al popolo da Mosè in persona! Ne spiega i motivi, li argomenta, ci spinge a ragionare. Egli cerca di far capire il senso della legge, e stimola a non agire per inerzia impuntandosi letteralmente solo su ciò che è scritto. È strano sostenere una tesi del genere su questo passo, perché invece proprio da qui tante persone hanno sofferto le conseguenze di una troppo ferrea interpretazione. Prosegue infatti Gesù, citando a sua volta Genesi: «Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne». E conclude: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».24 Per quanti secoli i divorzi sono stati resi impossibili, condannando molti esseri umani a un inferno matrimoniale, sulle parole di questo brano? Inoltre, quale novità ci sarebbe se qui, al posto di una legge, Gesù ne sostituisse semplicemente un’altra?

Per fortuna, i commenti del teologo valdese Paolo Ricca ci aiutano a districarci: egli afferma con forza che è molto importante non scambiare mai Gesù per un legislatore.25 Risulta significativo notare come in effetti, nei vangeli sinottici, egli dialoga con le persone che ha attorno, non ama i monologhi, né pone delle verità assolute, mettendosi sempre nella condizione di accettare un eventuale contraddittorio da parte dei suoi interlocutori. Il tema qui, ancor prima del matrimonio – certamente il primo uomo e la prima donna della mitologia giudaica non erano sposati – è la coppia. Gesù non risponde ai farisei approvando o no la regolina da osservare ciecamente in certe situazioni specifiche, ma li spinge a ragionare, trasferendo il discorso da uno statuto legislativo al richiamo profondo sulla fecondità di questo tipo di relazione, quella che forse più di tutte può aiutare una crescita personale e inter-personale. Mentre l’evangelista aveva certamente in mente un uomo e una donna, oggi possiamo invece includere nell’insegnamento ogni tipo di coppia: ogni relazione in cui ci si pone viso contro viso e ci si guarda negli occhi, instaurando un rapporto frontale (il quale emerge originariamente proprio nel testo di Genesi 2, che approfondiremo più avanti) con l’altro. E nessun termine della coppia accetterebbe mai di sentirsi dire: “ti amo per un po’”: la sfida del durata è congenita alla relazione, è ciò che fin dall’inizio, e via via sempre più consapevolmente, le da forza e propulsione per mettersi in gioco nella maggior flessibilità possibile da parte di entrambi, e dunque la più feconda per chi la intraprende con coraggio.

Ciò non toglie che la “sclero-cardia” – tradotta con durezza di cuore, ossia caparbietà inflessibile, cocciutaggine – possa sussistere anche quando si impedisce a un vincolo relazionale di sciogliersi soltanto per partito preso. Gesù non esclude nulla. E nelle ultime righe di questo passo, oltre a sottolineare una pariteticità dell’uomo e della donna che non era ancora stata conquistata nella legge di Mosè, è interessante notare come l’errore dell’adulterio – che per noi oggi non risiede certamente nel divorzio, ma il rischio dell’adulterio in altre forme rimane – si possa sì commettere, ma nei confronti della persona, «contro di lei», senza diventare la trasgressione di una legge divina inesplicabile. 

Errori e popolo, verità e terra

Abbiamo fin qui parlato più volte di errori, e citato numerosi passi dell’antico testamento in cui il popolo d’Israele ne commette abbondantemente. È davvero originale questo espediente letterario che accomuna l’antico Israele e i discepoli di Gesù: essi sono i più vicini a Dio – il popolo eletto, i discepoli scelti – ma entrambi non fanno altro che commettere errori. È forse «il brano più bello di tutta la Bibbia»26 quello immediatamente successivo al passo del vangelo appena citato, Marco 10, 13-16, in cui alcuni bambini vengono presentati a Gesù e i discepoli subito cercano di allontanarli e rimproverarli. Ma «Gesù, al vedere questo, s’indignò»27 e non li risparmia da una sonora sgridata. I discepoli gli camminano accanto, ma nonostante questo non riescono proprio a entrare nella logica della rivelazione. I severi rimproveri ch’essi spesso subiscono da Gesù si potrebbero vedere come una versione più tenera di pestilenze e tremende sconfitte in battaglia che toccano regolarmente al popolo d’Israele quando fanno arrabbiare la divinità. In definitiva, questi libri non sembrano altro che un susseguirsi di errori e inciampi, ed è proprio insolito che un popolo voglia tramandare soprattutto questo della sua storia alle successive generazioni. 

Inoltre, ritornando alla nostra domanda iniziale, rispetto a cosa si può definire qualcos’altro come uno sbaglio? A rigor di logica, rispetto a qualcosa di giusto, ovvero una verità. Ma la verità ci precede nel cammino, non può essere colta, e dunque neanche lo sbaglio in quanto tale. In effetti, errare non si può ridurre al semplice sbaglio. Descrive piuttosto un vagare: nell’errare non si fila lungo una via retta e sicura, certo, ma soprattutto – e questo è l’importante – non si sta fermi! Il gioco etimologico è semplice: errare è movimento e la verità che qui si tenta di descrivere è in movimento. Chi crede di essere nel giusto – chi trova il Buddha senza ucciderlo – resta fermo nelle proprie convinzioni, interrompe il percorso e non le mette più in discussione. L’errore, pur con tutti i suoi rischi, è l’unico strumento di ricerca della verità. Le prime parole di Dio ad Abramo sono infatti: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò».28 I discepoli di Gesù hanno avuto quantomeno il grande merito di «lasciare tutto e seguirlo».29 La terra promessa nell’antico così come il regno dei cieli nel nuovo testamento sono ciò che attira il popolo, allegorie per la verità e la giustizia, le quali non vengono però mai raggiunte né mai bisogna credere di esserci arrivati. In termini buddhisti, se si pensasse di essere arrivati a un punto fermo, si sarebbe ancora e più che mai nell’illusione, nell’errare…

Ma un errore senza consapevolezza di sé può avere conseguenze ben più gravi. Non è forse ai nostri giorni, dopo essersi stabilito in quella che crede essere la sua terra, che Israele attraversa uno dei suoi capitoli più tristi?

Ritornare a Dio: Salmo 84 (85) 30

Dunque il popolo erra, e con lui tutti i discepoli di ogni epoca e luogo. E forse, se si accetta di «giocare alla libertà»,31 tutti possono effettivamente diventare popolo d’Israele. Dagli errori nascono però anche ingiustizie e tragedie, colpe e peccati. Solo chi non fa nulla non sbaglia mai o, come ci ripetevano i nostri maestri di conservatorio, “se non vuoi far mai errori, non fare mai concerti”. Tuttavia, nonostante gli incoraggiamenti, “fare errori” è faticoso, la vergogna è tanta, e continuare a “fare concerti” diventa talvolta una scelta davvero scomoda. Allo stesso modo, sembra che gli sbagli commessi diventino troppo faticosi da sopportare, le responsabilità troppo gravose. Francamente, sarebbe bello avere qualcuno che ci dica cos’è giusto e cosa no, senza star qui a vagare tanto. Vedere i nostri errori e il timore di farne tanti altri ancora rischia di farci considerare come degli incapaci e ci fa tendere all’immobilismo: il mondo appare pieno d’odio, quasi adirato con noi, e così rischia di arrestarsi «quella sana resistenza quotidiana alle difficoltà e ai mali del mondo»32 che, nonostante tutto, ci fa continuare la ricerca. 

È raro trovare un’espressione tanto potente della consapevolezza del nostro errare quanto quella tramandata dal Salmo 85. Si avverte in queste righe una condizione piena di dubbi, che sempre riguarda chi vaga insicuro: 

«Forse per sempre sarai adirato con noi,
Di generazione in generazione riverserai la tua ira?
Non tornerai tu a ridarci la vita
Perché in te gioisca il tuo popolo?»

Non si propone però qui di cercare rifugio in un’opinione nuova, religiosa o no, di qualsivoglia raffinatezza intellettuale, per risollevarsi dall’apatia, dall’ansia o dalla sofferenza: trovare una giusta e ferma posizione da difendere, quasi come sentinelle obbedienti che non mettono più le proprie certezze in discussione, adorandole come un «dio tappabuchi»33 che ci rassicura. È invece proprio coltivando il gusto dell’errare che si prosegue la lotta e il cammino: nel tentativo di smettere di vedere ciò che è giusto e ciò che non lo è nel proprio agire e in quello degli altri, interpretando invece la quotidianità come una ricerca di quell’autentica giustizia che non si può mai effettivamente pensare di aver conquistato, si apre la porta a un sentimento nuovo, che non manca di essere descritto profondamente anche nel salterio: il perdono. Dio perdona.  E, come un amico fedele o un genitore spesso adirato, che minaccia molte punizioni ma non mantiene mai appieno le sue promesse,34 il Signore descritto nella bibbia non abbandona mai.

«Sei stato buono, Signore, con la tua terra,
Hai ristabilito la sorte di Giacobbe.
Hai perdonato la colpa del tuo popolo,
Hai coperto ogni peccato.
Hai posto fine a tutta la tua collera,
Ti sei distolto dalla tua ira ardente»
.

Ecco il sentimento da coltivare: il distogliersi dall’ira, ovvero lo spostamento dell’attenzione da ciò che si considera sbagliato, vergognoso, talvolta incomprensibile, in noi e negli altri, allo stesso nostro sguardo, il quale deve cercare di giudicare sempre meno e accogliere sempre di più. Solo in questo senso è possibile un perdono onesto, che si distingue da una semplice indulgenza altezzosa. Scrive Emmanuel Carrère: «un’altra definizione della meditazione, se non sbaglio siamo alla quinta, è accogliere ciò che la vita ha di irritante invece di sfuggirlo. […] È anche, sesta definizione, imparare a non giudicare, o in ogni caso a giudicare meno, un po’ meno».35

Di fronte a un dolore o un’inquietudine che ci tocca, come dopo un litigio all’interno di un coppia, nel momento in cui le tensioni si accumulano taciute, è sempre faticoso fare il primo passo per ricominciare a dialogare. E, in diverse misure, sembra proprio che tocchi a ognuno di noi imparare a fare sempre meglio questo primo passo ogni giorno: come noi speriamo che Dio ci ascolti e ritorni, bisogna ridestarci e porgere l’orecchio di nuovo e sempre, per riavvertire quella tensione verso la verità che ci spinge a camminare nonostante tutte le difficoltà. Accettare la faticosa convivenza con il paradosso di una verità in cammino e, senza mai giungerci, ritornare sempre a Dio, al regno, alla terra promessa:

«Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
Egli annuncia la pace
Per il suo popolo e per i suoi fedeli,
Per chi ritorna a lui con fiducia».
[…]
Certo, il Signore donerà il suo bene
E la nostra terra darà il suo frutto;
Giustizia camminerà davanti a lui:
I suoi passi tracceranno il cammino»
.

La via indicata da Paolo: 1 Corinzi 12,31b – 14,1a 36

Proprio quest’ultimo verso del salmo ci commuove maggiormente: nel nostro pellegrinaggio pieno di errori, dove mai dobbiamo credere di essere nel giusto, qualcuno tuttavia ci ha preceduto, lasciandoci delle briciole di pane da seguire. L’errare non si riduce soltanto a un cieco vagare, ma dev’essere pur sempre indirizzato alla ricerca della consapevolezza. E, come quando nel sentiero di montagna si teme di essere andati troppo fuori strada scorgiamo un segnale dipinto su un albero che ci rassicura, così possiamo volgere le nostre emozioni verso gli insegnamenti dei grandi uomini che hanno camminato ed errato prima di noi. Uno di questi tracciati, quello che san Paolo definisce «il più sublime» è la via della carità. Egli scrive infatti: «vi mostro la via», e non: «vi trasmetto una legge».37

«[…] La carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto […]», scrive l’apostolo Paolo. Non giudica, ossia tende, per quanto possibile, a distogliere lo sguardo da quelle convinzioni che ci fanno considerare qualcosa come motivo d’invidia, d’ira, d’orgoglio, d’interesse personale, etc… È proprio quel “personale” che viene messo sotto inchiesta e faticosamente decostruito. La carità (sinonimo dell’amore disinteressato nella tradizione cristiana) è tanto superiore a tutte le altre importantissime virtù elencate all’inizio del passo (il dono delle lingue, la conoscenza, e persino la stessa devozione religiosa), perché più di ogni altra instrada verso «quell’annullamento di sé, quel perfetto distacco»,38 che abbandona ogni sentenza e ogni pretesa di una verità oggettiva o di un metro di giudizio. Ora, tanto più il nostro ego viene ridimensionato, tanto più si tenta di abbattere le proprie convinzioni e i propri supposti saperi, quanto si apre un vuoto che lascia spazio al movimento. Ed ecco che infatti la carità «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta»: parole che stimolano proprio il movimento, non tanto nelle “opere buone” che sono tutt’al più una conseguenza inevitabile di un percorso di questo tipo, come testimoniato nell’esempio che subito nel prossimo paragrafo ci concediamo, quanto nell’impegno quotidiano di intelligente meditazione che tende ad abbattere tutte le idolatrie, sempre portatrici di giudizi e ingiuste esclusioni; perché la carità «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità».39 

Sappilo: esser vuoto di ogni creatura è esser pieno di Dio, ed essere pieno di ogni creatura è esser vuoto di Dio 40

Il primo discorso di padre Felice

Coloro che, nonostante le disavventure liceali, riprendono in mano con coraggio il famoso e divertentissimo romanzo di Manzoni, proprio tra gli ultimi capitoletti possono trovare una delle più potenti incarnazioni (in parola scritta) del sentimento della carità. Renzo è nel lazzaretto a cercare la sua amata, quand’ecco che, mentre gira per le viottole colme di appestati, scorge una processione di pochi guariti, i quali, tutti al seguito di un predicatore, s’incamminano per tornare finalmente a Milano. Dice così il frate cappuccino, nel primo dei suoi due discorsi: 

«Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là – e, col dito alzato sopra la spalla, accennava dietro di sé la porta che mette al cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si può dire, una gran fossa – diamo intorno un’occhiata ai mille e mille che rimangon qui, troppo incerti di dove sian per uscire; diamo un’occhiata a noi, così pochi, che n’usciamo a salvamento. Benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia, benedetto nella morte, benedetto nella salute! Benedetto in questa scelta che ha voluto far di noi! Oh! Perché l’ha voluto, figliuoli, se non per serbarsi un piccol popolo corretto dall’afflizione e infervorato dalla gratitudine? Se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui? Se non a fine che la memoria de’ nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi intanto, in compagnia dei quali abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici, de’ congiunti; e che tutti son poi finalmente nostri fratelli; quelli tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’aver scansata quella morte con la quale essi stanno ancora dibattendosi. Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possan dire: anche fuor di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a pregare per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da’ primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che son tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! Siatelo per loro! E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori».41

Il lazzaretto vale chiaramente come metafora per la condizione umana: dove sta infatti la differenza tra uomini e animali se non nel fatto, spiega il professor Carlo Sini,42 che noi sappiamo (o forse, ci illudiamo di sapere) di dover morire, e che questo fa inevitabilmente di noi degli appestati? Cos’è l’uomo fin dalle sue origini se non colui che prima ha visto e poi ha cominciato a raccontare e condividere attraverso un linguaggio via via sempre più elaborato questa certezza, la quale ci rende tutti «fratelli di morte, ossia fratelli di vita»? Difatti proprio perché vediamo la morte sappiamo di essere vivi! Gli animali, si potrebbe dire, non hanno la vita, bensì l’esistenza; invece «l’essere umano vive perché questo avere, come tutti gli altri averi, sa di poterlo perdere. Dove sussiste questo sapere c’è uomo, e non c’è uomo senza tale certezza». 43

Ora, già in questo primo discorso del frate emerge chiaramente una domanda inesauribile: perché noi siamo ancora vivi, mentre «mille e mille sono usciti di là», dal cimitero, ossia sono già precocemente periti? E perché proprio a noi si offre la possibilità di una vita al riparo dalle sofferenze più atroci, mentre «mille e mille rimangon qui», nel lazzaretto, incerti ogni giorno tra la vita e la morte imminente, o persino peggio? In altre parole, perché questa sostanziale e incomprensibile ingiustizia? C’è solo un modo, a parere dell’autore, di intendere una tale paradossalità: tradurre l’incomprensibile in missione. Offrire sempre un braccio fraterno, sostenere gli anziani, fare da padri e madri ai più piccini che ne hanno bisogno… Iniziare, «fin da’ primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità». E non facciamo finta invece di non aver visto, di non ricordare! «Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’aver scansata quella morte»; perché, in fondo, chi può scansarla? 

Ecco che quindi si stabilisce un principio fondamentale e forse condivisibile: «non c’è comunità senza carità».44 È proprio nella misura in cui si riescono ad affrontare le sofferenze che tutti abbiamo visto, nel nome di quel luogo comune di mortalità da tutti condiviso e lungo «la via più sublime» della carità, verso tutti e senza vincoli, che ci si può sentire realmente fratelli: «fratelli di morte, ossia fratelli di vita». Questo forse intendeva Manzoni quando ha scritto: «Benedetto il Signore nella morte».

Il secondo discorso di padre Felice

Se già il primo monologo del frate è denso di significato e faticoso da seguire, questo secondo, seppur di poche righe, non riduce l’impegno. Egli infatti, davanti a tutti i malati e a Renzo presente in ascolto e incredulo, si butta in ginocchio e, avvolgendosi una corda intorno al collo, continua in questo modo:

«Per me e per tutti i miei compagni, che senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì gran ministero. Se la pigrizia se l’indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se un’ingiusta impazienza, se un colpevol tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con tutta quell’umiltà che si conveniva, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia di scandalo; perdonateci!»45

L’idea (consapevole o meno) di valere più di qualcun altro perché egli ha bisogno di noi, non è un pensiero comunitario, ed è un rischio da tenere sempre in considerazione. Chi sceglie di incarnare le ragioni della carità, e quindi della comunità, lo fa «senza alcun merito» e con tutte le fragilità – «un’ingiusta impazienza, un colpevol tedio, […]» – che non possono che caratterizzare ogni incarnazione. Lungo qualsiasi percorso, sia esso anche il più sublime, è importante vedere ancora il nostro errare e, come sostiene l’autore in questo passo, esser pronti a chiedere persino perdono. Ciò nonostante il frate ci passa qui il testimone, spronandoci a incarnare a nostra volta le ragioni della carità, poiché esse stabiliscono il principio di qualsiasi comunità umana.

Com’è avvenuto di giungere all’autocoscienza e alla consapevolezza del «male dei mali»46 da parte di quegli ominidi che per primi hanno cominciato, millenni or sono, a seppellire i loro morti, incominciando così un cammino di umanizzazione?47 Perché proprio noi viviamo, e non soltanto esistiamo inconsapevoli del fatto che un giorno questa autocoscienza personale – chi sono io e chi sei tu – sparirà, come invece fa ogni altro animale o pianta su questa terra, i quali non si chiedono cosa succederà una volta persa questa vita transitoria? Da quando nascono esseri umani ci si interroga su tali domande, ma né mistici e filosofi né tantomeno scienziati o intellettuali hanno ancora potuto racchiudere in un sapere questo mistero, a cui tanti nomi sono stati dati nella storia. Per alcuni, ancora oggi, esso risponde al nome di Dio. Ma anche coloro che lasciano senza nome «il grande mistero»,48 se però sono disposti a vederlo e a cercare di accettarlo, senza lasciare che certezze o superstizioni idolatriche – verità – ne prendano il posto nella propria quotidianità, possono certamente, come invita l’autore di queste pagine, tradurlo in una progettualità, a vedere in esso l’alto privilegio di servire il prossimo, nonostante tutte le fatiche che ciò può comportare. Così fanno i frati coi malati nel lazzaretto, coi quali condividono la peste, «e non sono solo belle parole»; così ci viene chiesto di fare anche a noi fin «da’ primi passi che siam per fare». Nonostante la malattia mortale, «bisogna ringraziare il Signore, ed esser contenti: far quel che si può, industriarsi, aiutarsi, e poi esser contenti. Perché la disgrazia non è il patire, e l’esser poveri; la disgrazia è il far del male». 49

La via della carità, la via della comunità, dell’aiutarsi. Ma una strada in quale direzione? Un’ultima volta, lasciamo rispondere l’autore: con un definitivo tratto d’artista, Manzoni ci rivela alla fine dei suoi brevi monologhi, il nome del frate che finora ha parlato: egli si chiama Felice. È un uomo felice, perché incarna quell’unica vera felicità, che consiste nel rivendicare le ragioni della comunità. Le altre non sono che averi di cui si ha, nel migliore dei casi, un passeggero usufrutto, perché sono legate al mio io e al tuo tu, che un giorno perderemo… La sua azione, conseguenza di un percorso volto al distacco, al vuoto di sé, si è svolta il più possibile per incarnare le ragioni della comunità, della vita. La felicità più grande è nel servizio degli altri: «la mia areté – ἀρετή –, la mia virtus, consiste nell’aver detto bene, nell’aver fatto bene, verso chi mi sta accanto. Quel poco che potevo, accompagnato certamente da molto errore, l’ho fatto. Ciò mi consente di essere felice».50

Una zattera: la fede come percorso

Possiamo forse ora cominciare a rispondere, secondo questa interpretazione, alle domande su verità e fede che ci siamo posti all’inizio: mentre la superstizione è ciò che si pone come nozione saputa, punto fermo di un qualsiasi percorso conoscitivo o contemplativo (per quanto nobile esso sia), andando a sostituirsi al grande mistero e tranquillizzando gli animi, la fede è tanto intensa quanto diventa testimone di un movimento incessante e spesso inquieto, che mai si accontenta di risposte. Il mistero va esplorato e coltivato, visto e ascoltato con attenzione, e ad esso bisogna sempre ritornare nella progettualità appena descritta – ritornare a Dio, al suo disegno, qui inteso non come volontà di migliorare il mondo, ma come indagine sul proprio stesso sguardo, che diventi sempre più capace di vedere il Dio Uno in ogni cosa – se non vogliamo ricadere nell’immobilismo idolatrico. Sorge spontaneo, a questo punto, un altro parallelismo con un’immagine ricorrente delle fedi – intese in questo senso – delle tradizioni religiose dell’estremo oriente: l’immagine della zattera. 

Un viaggiatore, dice il Buddha, si trova in una foresta pericolosa e buia. Giunto a un fiume, vede sull’altra sponda una zona luminosa e sicura, dove poter proseguire il proprio cammino con meno rischi. Decide pertanto di costruire una piccola zattera e tentare la traversata. Una volta attraversato il fiume e raggiunta l’altra riva, invece che caricarsela sulle spalle inutilmente, lascia la zattera dietro di sé, sull’argine. «Il buddhismo – spiega Hervé Clerc, dimenticandosi forse dell’autentica mistica europea – è la sola dottrina che raccomanda ai suoi adepti di non avere attaccamento per nessuna dottrina, buddhismo compreso»: 51

«Così è, o miei discepoli, del mio insegnamento, prosegue il Buddha: esso è come una zattera, è fatto per la traversata e non perché lo portiate ovunque con voi. Capito questo, dovete abbandonare tutti gli schemi mentali (dhamma), quelli veri e, a maggior ragione, i falsi (adhamma). 52

Il messaggio è chiaro: distaccarsi dagli schemi, da tutti gli schemi, e non scambiare mai, come scrive Thich Nath Hahn,53 la zattera per la riva. Non si riduca, ripetiamolo per l’ennesima volta, l’insegnamento a una verità conquistata, se non si vuole perdere il gusto della libertà che si è faticosamente inseguita distaccandosi dal proprio sé, rinnegando le superstizioni, uccidendo il Buddha. La “perfetta umiltà”, il “perfetto distacco” descritti da Maestro Eckhart, monaco e filosofo contemporaneo di Dante, devono riguardare persino la religione stessa e non possono legarsi né trovare fondamento immobile in alcun libro, poiché «la fede – così scrive san Giovanni della Croce – non solo non produce nozione o scienza, ma anzi priva l’anima di qualunque nozione e conoscenza».54 Da tutto, davvero tutto, ciò che consideriamo verità oggettiva e conosciuta è necessario un movimento di autentica spoliazione e liberazione.  

«L’essenza del Shanga è la libertà, l’essenza dei cinque precetti, degli otto precetti, dei duecentoventisette precetti è la libertà. Così ha voluto il Buddha: “Come il gusto del sale impregna l’oceano da parte a parte, il gusto della liberazione impregna il mio insegnamento”». 55

La scoperta della morte e la relazione umana: Genesi 2,16-24 56

Volendoci ricollegare ai discorsi di padre Felice, ecco che nell’ultima lettura che abbiamo scelto – nella nostra celebrazione essa sarà, per l’appunto, la prima – viene evocata, per la prima volta nella Bibbia, la nostra condizione di mortalità: in Genesi 2:16-17 «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”».57 È proprio in concomitanza a questo originario atto di conoscenza, quello che nel capitolo successivo porterà la prima coppia a uscire dalla condizione preistorica ed edonistica per iniziare un percorso di umanizzazione che, secondo il mito ebraico, l’essere umano si scoprirà mortale. In altri termini, è a partire da questa interpretazione di sé, da questo primo errare – confidiamo che ormai questo termine abbia perso ogni connotazione negativa – che la storia dell’uomo si distacca dalla ciclica esistenza animale, in cui ancora «tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna»,58 per cominciare una vita scandita dalla morte. Dall’interpretazione dell’esistenza come un insieme di “sé” temporaneamente in vita, cominciata con una prima sperimentazione conoscitiva contro quelle leggi che tutt’oggi muovono il mondo animale da cui ci siamo irrimediabilmente allontanati – come, non si sa, ma dev’esser stata davvero una piccola cosa, giusto un morso a una mela -, l’uomo comincia a definire ciò che è bene e ciò che è male, proprio alla luce della sua mortalità disvelata.

Non crediamo sia un caso che, nei versetti immediatamente successivi a questa anticipazione del testo al capitolo successivo, si trovi anche la prima descrizione di una vera relazione umana, di una comunità. È come se questa scoperta, questo cammino che verrà appunto intrapreso a partire da Genesi 3, stesse già venendo debitamente preparato. Innanzitutto è molto interessante che Adamo cominci a «dare un nome» a ciò che lo circonda: in lui si può fin da qui scorgere la capacità di un linguaggio, e quindi di una conoscenza. Cosa significa infatti dare un nome a qualcosa, se non sentirsi distinti dalle cose che ci circondano, le quali vanno de-finite in un nome, ossia una funzione, un significato, un’essenza, un altro da me? Ed è proprio il Signore che «condusse [gli animali] all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati»: è il mistero che comincia a prendere piede. E però, parallelamente, accade qualcosa che andrà sempre a ricordare all’essere umano che lui stesso non è svincolato dal mondo che lo circonda, non è un’identità distinta, un uno, una verità. Uno, infatti, soltanto Dio può esserlo. Adamo invece, questo primo terrestre59 ancora senza genere, viene dolcemente anestetizzato e, da un suo fianco – la parola ebraica צֵלָע (tzela) viene comunemente resa in italiano con il termine costola, ma anche lato e fianco sono traduzioni legittime – Dio trae una nuova figura, che «si chiamerà Ishah (אִשָּׁ֔ה), perché da Ish (אִישׁ) è stata tolta».60 Ecco che nascono donna (eh già, nel testo compare proprio prima lei…) e uomo così come noi li conosciamo, facenti finalmente parte del creato come le altre già molteplici creature del mondo.

Un viaggio fianco a fianco

Comincerà dunque, a partire dalla cacciata dall’Eden, non un errare solitario, bensì, si potrebbe dire, un percorso di coppia. Noi riteniamo, che nemmeno in questo caso vada scorta un’intenzione legiferante: non è da preferirsi un’esistenza matrimoniale o una relazione interpersonale a due rispetto a qualunque altra condizione, e nemmeno vanno posti (soprattutto ai giorni nostri) specificazioni particolari per le componenti della relazione, creando così inevitabilmente tanti motivi di esclusione. Come abbiamo già accennato nel paragrafo dedicato al vangelo, il nostro tema non riguarda certe tipologie particolari di coppia, ma la coppia stessa nella sua interpretazione più ampia: un eremita e il mondo naturale in cui esso si immerge possono essere i due termini della coppia, così come una persona e il suo mestiere, oppure un testo particolarmente amato. Un monaco e la sua comunità, una madre e la propria figlia, e così via… Ogni relazione in cui «ci si bacia guardandosi negli occhi»,61 in un rapporto dunque frontale e in un percorso fianco a fianco, nel quale un uomo può coltivare e approfondire la consapevolezza di essere sempre in una condizione di mutuo scambio, in ogni momento attraversato fin nelle sue profondità da ciò che lo circonda, può gradualmente aiutarci a sgretolare quelle superstizioni che ci impediscono di avere fede. È necessario porre continuamente in discussione le verità che crediamo di aver riposto ben saldamente in tasca, per poter ascoltare la versione dell’altro. Non c’è spazio per una verità assoluta ed epistemologica, né in ambito metafisico62 – perché, se ciò che più di ogni altra cosa ci accomuna in ogni nostro ragionamento, ossia il vedere la morte, scaturisce da un mistero, com’è possibile trovarne un fondamento? – né in ambito quotidiano, pena la solitudine e l’immobilismo idolatrico.

Da un commento del rabbino Benedetto Carucci-Viterbi al testo di Genesi 2 che abbiamo brevemente esplorato, è stato interessantissimo scoprire un vero e proprio percorso di coppia  anche nel testo stesso, ossia quello che comincia dalla severa cacciata dall’Eden in Genesi 3 e culmina in un libro stilisticamente molto affine, e dunque fecondo nei parallelismi: il Cantico dei cantici. Sono infatti esposti rispettivamente due modelli contrapposti: nel primo, scaturito chiaramente da una società patriarcale, Dio «disse alla donna: […] Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà»;63 Finche c’è dominio di una persona su un’altra, di un termine della coppia sull’altro, non può esservi dialogo, vale una sola verità, e non c’è spazio per un percorso di umanizzazione. Invece, al capitolo 7 del Cantico, si può leggere, probabilmente proprio come risposta al testo più antico di Genesi: «Io sono del mio amato e il suo desiderio è verso di me».64 Qui finalmente il rapporto viene ristabilito: non si parla più di una ragione che domina sull’altra, ma sono entrambe reciprocamente sullo stesso piano. Quando tutti i punti di vista accettano di fare un passo indietro, vedono il loro inevitabile errare e si pongono nella condizione di andare insieme, fianco a fianco, con la consapevolezza di non poter mai raggiungere quella verità che tuttavia va ricercata, in quel momento si può vedere una inter-dipendenza reciproca, una vita fondata non sull’identità, bensì sulla relazione. Ci si allontana un po’ dal proprio io personale, per ascoltare l’altro, per scoprire come ognuno di noi è soprattutto il frutto dello scambio continuo con tutto ciò che ci circonda. Ci si scopre, infine, davvero «un’unica carne» in Dio.65

Carità e ascolto: la preghiera di Salomone

In conclusione, vediamo ora chiaramente come la via da percorrere, quella indicataci da Paolo, da Marco, dagli autori di Genesi e dei Salmi in queste letture, racchiuda in sé una chiave d’interpretazione, una virtù che più di tutte, se coltivata insieme, ci può aiutare a non perderci: l’ascolto. In cosa consistono infatti l’amore e la carità se non nell’ascolto? In cosa si concretizza il sentimento nei confronti di una persona amata se non nell’ascoltarla e nel fare ogni giorno uno sforzo di attenzione presente nei suoi confronti? Anche «Simone Weil diceva che gli studi servono a questo: non a imparare cose, ne sappiamo già abbastanza, ma ad acuire le facoltà dell’attenzione»,66 quella che lei considerava la prima e la più importante delle facoltà umane. È ciò che, nella misura in cui ne sono in grado, mi consente di pensare che io ho le mie ragioni ma, accettando «con molto sforzo e molto errore» di non avere verità assolute nel mio quotidiano, ascolto quelle dell’altro, nutrendo così una relazione. E anzi, se ci consentite infine un gioco di parole, seppur non esistono verità nel quotidiano, esiste piuttosto la verità del quotidiano, ossia di quell’inafferrabile momento presente, qui e ora, tanto sfuggente quanto prossimo all’eternità, in cui posso scegliere se dedicarmi a coltivare l’ascolto per l’altro oppure no, se restare fermo oppure mettermi in cammino come fece Abramo, e tutti gli uomini di fede dopo di lui.

Ci piacerebbe quindi concludere con una delle più belle preghiere che si trovano negli oltre settanta libri che compongono la bibbia cristiana, quella che espresse Salomone quando il Signore gli apparve a Gàbaon:

 «Signore, mio Dio, concedi al tuo servo un cuore che ascolta».67

Note

  1. Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Gen/2/  ↩︎
  2. Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Sal/85/  ↩︎
  3. Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/nt/1Cor/13/ ↩︎
  4. Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/nt/Mc/10/ ↩︎
  5.  UOMINI E PROFETI, 1 Samuele 4-8“Monarchia rapace”, Gabriella Caramore e Moni Ovadia, 13.03.2011, https://www.gabriellacaramore.it/radio-2-3/leggere-la-bibbia/profeti-anteriori/ ↩︎
  6.  UOMINI E PROFETI, Genesi 22“La legatura di Isacco”, Gabriella Caramore e Benedetto Carucci Viterbi, 3.04.2010, https://www.gabriellacaramore.it/radio-2-3/leggere-la-bibbia/pentateuco-genesi/ ↩︎
  7.  Non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. CEI 2008 ↩︎
  8.  Tra gli innumerevoli esempi, citiamo il primo capitolo del quarto libro di Samuele, nel quale gli ebrei ormai caduti nell’idolatria vengono sconfitti in battaglia dai Filistei una prima volta. ↩︎
  9.  UOMINI E PROFETI, 1 Samuele 4-8“Monarchia rapace” ↩︎
  10.  Quando nell’accampamento degli ebrei viene portata l’arca dell’alleanza, in modo da riguadagnare i favori della divinità e prendersi sui nemici una rivincita, i filistei invece li sconfiggono nuovamente, causando tra gli ebrei molte più perdite ↩︎
  11.  Una volta divenute popolo stanziale nella terra di Canaan dopo l’esodo dalla terra d’Egitto, intorno all’anno 1000 a.C. (all’incirca, gli anni di re Davide e dell’unificazione dei regni), le tribù d’Israele acquistano una certa stabilità politica. Cadono tuttavia sotto la conquista babilonese nel 586 a.C. Una volta che il regno di Babilonia viene a sua volta conquistato da Ciro il Grande, il re persiano concede agli ebrei in esilio di tornare nella loro terra e di ricostruire il tempio distrutto. Successivamente, sotto la dominazione ellenistica e infine romana, il tempio di Gerusalemme viene ancora una volta raso al suolo (70 d.C.) e gran parte della popolazione è costretta alla diaspora in terra straniera. Non si avrà più uno stato d’Israele fin dopo la seconda guerra mondiale. ↩︎
  12.  Alcuni esempi significativi: Levitico 26:1, Numeri 25, Deuteronomio 20, Salmo 137. ↩︎
  13.  Sono celebri, a questo proposito, i cosiddetti canti del servo sofferente (Is 42 1-9, Is 49 1-7, Is 50,4-11, Is 52,13-53,12), risposte pacifiche del giudaismo antico scritte probabilmente in seguito alla dominazione babilonese, poi divenuti fondamentali anche nell’interpretazione cristiana della passione di Gesù. ↩︎
  14.  Le Grazie Milano, Il tomismo anagogico e il dialogo con Emanuele Severino, Giuseppe Barzaghi, https://www.youtube.com/watch?v=mHTzxS1e4UQ ↩︎
  15. MECRÌ LABORATORIO DI FILOSOFIA E CULTURA, Simultaneità: l’uno dei molti – 2. La logica di Aristotele, a cura di Carlo Sini, 2017, https://www.youtube.com/watch?v=b5Mmmb7olmc&t=52s ↩︎
  16.  GENOVA PALAZZO DUCALE, Enzo Bianchi – Le religioni: strumento di violenza o di pace?, 22.02.2016, https://www.youtube.com/watch?v=2C5FZLdrjO0 ↩︎
  17.  FESTIVAL DELLA MENTE SARZANA, Festival della Mente 2012 – Haim Baharier, 11.06.2015, https://www.youtube.com/watch?v=pUIlxpdL–o ↩︎
  18.  1 Cor 8,2 CEI 2008 ↩︎
  19. Tavola: Jiun Onkō (1718 – 1804), Linji disse: Se incontri il Buddha, uccidilo, Inchiostro su carta di riso (134.6 x 26.7 cm), collezione privata. 
    Il Buddha ha insegnato un cammino, un nobile sentiero, ma egli stesso metteva in guardia i suoi seguaci dal considerarlo una dottrina, stimolandoli invece a non fossilizzarsi nelle sue parole bensì a continuare sempre la ricerca sulla strada della consapevolezza ↩︎
  20.  Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/nt/Mc/10/ ↩︎
  21.  Lo stesso episodio viene narrato anche in Mt 19,1-9 ↩︎
  22.  Mc 10,2 CEI 2008 ↩︎
  23.  De 24, 1-4  ↩︎
  24.  Mc 10, 6-9 CEI 2008 ↩︎
  25.  UOMINI E PROFETI, “I primi e gli ultimi” (Marco 10, 1-31), Paolo Ricca e Gabriella Caramore, 13.01.2013, https://www.preg.audio/p/58b2fcac020686a8d840c92d ↩︎
  26.  Ibid. ↩︎
  27.  Mc 10, 14 CEI 2008 ↩︎
  28.  Gen 12, 1 CEI 2008 ↩︎
  29.  Mt 4, 21; Mc 1, 19; Lc 5, 11; Gv 1, 37 CEI 2008 ↩︎
  30.  Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Sal/85/ ↩︎
  31.  UOMINI E PROFETI, 1 Samuele 4-8“Monarchia rapace” ↩︎
  32.  UOMINI E PROFETI, Porgi l’orecchio, ascolta la mia voce – I Salmi (1° puntata), Enzo Bianchi e Gabriella Caramore, 13.04.2008, https://www.youtube.com/watch?v=SEOlj64PdEs ↩︎
  33.  Ibid. ↩︎
  34.  Molto interessante a riguardo: UOMINI E PROFETI, Genesi cap. 3 e 4 “Conoscere il bene e il male”, Benedetto Gabriele Garrone e Gabriella Caramore, 7.03.2010, https://www.gabriellacaramore.it/radio-2-3/leggere-la-bibbia/pentateuco-genesi/ ↩︎
  35.  EMMANUEL CARRÈRE, Yoga, Adelphi, Milano, 2021, p. 57  ↩︎
  36.  Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/nt/1Cor/13/ ↩︎
  37.  1 Cor 12,31b CEI 2008 ↩︎
  38.  MEISTER ECKHART, Dell’uomo nobile,  a cura di Marco Vannini, Adelphi, Milano, 1999, p.133 ↩︎
  39.  1 Corinzi 13, 6, CEI 2008 ↩︎
  40.  MEISTER ECKHART, Dell’uomo nobile, p. 136 ↩︎
  41.  ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, De Agostini, Novara, 1982, p. 444 ↩︎
  42.  FESTIVALFILOSOFIA, Carità, Carlo Sini, 20.09.2009, https://www.youtube.com/watch?v=oX1zVh7dqEA ↩︎
  43.  Ibid. ↩︎
  44. Ibid. ↩︎
  45.  ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, De Agostini, Novara, 1982, p. 445 ↩︎
  46.  GENOVA PALAZZO DUCALE, Il problema del male, Enzo Bianchi, 24.02.2014, https://www.youtube.com/watch?v=-r9Z4Xusde0 ↩︎
  47. Ibid. ↩︎
  48.  FESTIVALFILOSOFIA, Carità, Carlo Sini, 20.09.2009, https://www.youtube.com/watch?v=oX1zVh7dqEA ↩︎
  49.  ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, p. 295 ↩︎
  50.  FESTIVALFILOSOFIA, Carità, Carlo Sini, 20.09.2009, https://www.youtube.com/watch?v=oX1zVh7dqEA ↩︎
  51.  HERVÉ CLERC, Le cose come sono – una iniziazione al buddhismo comune, Adelphi, Milano, 2015, p. 52   ↩︎
  52.  Alagaddupama sutta, MN 22 in HERVÉ CLERC, Le cose come sono, p. 52 ↩︎
  53. Thich Nhat Hahn e DANIEL BERRIGAN, La zattera non è la riva – Dialogo per una consapevolezza buddhista-cristiana, LINDAU, TORINO, 2015 ↩︎
  54. European Federation for Freedom of Belief, Che significa credere?, Marco Vannini, 2018, https://www.youtube.com/watch?v=oKovw9WuRjo ↩︎
  55.  HERVÉ CLERC, Le cose come sono, p. 52  ↩︎
  56. Testo completo: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Gen/2/ ↩︎
  57.  Gen 2,16-17 CEI 2008 ↩︎
  58.  Gen 2,25 CEI 2008. In questo versetto, continuiamo a preferire la traduzione della parola וְאִשְׁתּ֑וֹ in: “e la sua compagna”, invece dell’espressione “e sua moglie”, la quale non può che risultare anacronistica e, a volte, fuorviante. ↩︎
  59.  Il termine Ha’adam (הָאָדָם) è legata al termine Adamah (אֲדָמָה), che significa terra, ad indicare la sua provenienza dal suolo (Gen 2,7) ↩︎
  60.  Gen 2,23 CEI 2008 ↩︎
  61.  FESTIVALFILOSOFIA, Il Cantico dei Cantici, Enzo Bianchi, 15.09.2013, https://www.youtube.com/watch?v=rfAh7K_E7qw ↩︎
  62. Non abbiamo qui né il linguaggio né le competenze per sviluppare e motivare come meriterebbe questo tema, ossia il percorso di demolizione dell’ontologia e di una supposta verità epistemologica conoscibile. Lo abbiamo ciò nonostante accennato poiché non affrontare l’argomento sarebbe come sottrarsi da una conseguenza inevitabile del discorso, che deve certamente affrontare anche il tema delle verità logiche e scientifiche. Segnaliamo quindi un corso che ci ha molto colpito a riguardo: MECRÌ LABORATORIO DI FILOSOFIA E CULTURA, Simultaneità: l’uno dei molti, a cura di Carlo Sini, 2017, https://www.mechri.it/archivio-storico/archivio/2017-2018/ ↩︎
  63.  Gen 3,16 CEI 2008 ↩︎
  64.  CC 7,11 CEI 2008  ↩︎
  65.  Gen 2,24 CEI 2008 ↩︎
  66.  EMMANUEL CARRÈRE, Yoga, Adelphi, Milano, 2021. p. 62.  ↩︎
  67.  1 Re 3,9 (traduzione a partire da libro “Un cœur qui écoute” di Sœur Jeanne d’Arc, O.P. – Les Editions du Cerf 1966) ↩︎